“ Dev’essere l’ennesimo che crede di venire ad Amsterdam per scrivere un libro storcendosi con la nostra maria” Sicuramente il tipo del coffee shop sta pensando questo vedendomi scrivere, oppure sta semplicemente parlando dei fatti suoi con la sua amica senza prestare la minima attenzione a quello che faccio.
Questo è il mio coffee shop ideale. Piccolo,tutto di legno,musica di qualità, allegra e non molesta, ben areato e con poca gente. Peccato per la vista sul vicolo, ma, in ogni caso, c’è un bel viavai di gente e osservare è comunque piacevole.
Davanti a me un asiatico distrugge i suoi neuroni orientali a forza di bong. Carica di ganja, controlla la pipetta, il livello dell’acqua, accende,aspira. Guarda verso il muro, davanti a lui non c’è molto spazio ma non oso immaginare dove arrivino quegli occhi.
Mexican Haze, questa è la mia scelta per la mattinata. Dolciastra, tranquilla. Ho idea che sia una traditrice, di quelle che si scoprono piano e che all’improvviso ti lasciano stordito, ma va bene così, oggi non c’è fretta.
Sono solo, ma non mi dispiace. Se la felicità, per essere vera, deve essere condivisa, i pensieri più belli si fanno sempre da soli, quando ti trovi davanti a te stesso e dialoghi con quella parte di te che spesso capisci poco, che rimane un po’ oscura.
Credo che chi ha paura della gente e del suo giudizio abbia paura anche di se stesso, del se stesso che non capisce.Qquando si ha paura di se stessi non si fanno mai pensieri belli.
Cambio tavolino anche se nel primo scrivevo meglio.
Sono nell’angolo, vedo un po’ più di vicolo perché ho davanti la porta d’ingresso interamente in vetro.
E’ entrata una coppia. Dall’accento credo inglesi più che americani. Lui è un ciccione cresciuto a birra; lei una bionda platinata molto custom con orecchini a cerchio enormi, smalto rosso acceso sulle unghie, braccialetto e collana a pallettoni rossi. Legge.
L’asiatico intanto sminuzza la sua erba per caricare il bong, l’ennesimo. Lento,una mano sul ginocchio, gli occhi a mandorla ridotti a due tagli orizzontali. Qualcosa lo turba, l’espressione è triste, continua a guardare il muro.
Il ciccione inglese si è seduto, sfila il giubbotto restando in maniche corte. Cerca nelle tasche l’occorrente per confezionare una canna. Davanti a lui un cappuccino fumante attende di essere bevuto tentando di non raffreddarsi troppo in fretta.
La bionda gli parla, commenta una notizia del giornale che ha davanti, aperto sul tavolo.
Due ragazze di colore all’altro angolo del coffee. Labbra carnose,sopracciglia aggiustate a colpi di pinzetta, culi grossi. Una riporta dal bancone una bustina di skunk e due succhi di frutta per addolcire la fattanza.
E adesso devo chiedere un accendino per la mia mexican haze che nel frattempo si è spenta. Vediamo…il tipo del coffee mi sembra scostante dietro al suo bancone, ma come dargli torto? Per lavoro da retta a gente fatta tutto il giorno!
Potrei andare da sto tipo al bancone. Sui 36 anni, tranquillo, capelli un po’ brizzolati, aria di chi oggi doveva andare in ufficio ma ha preferito fare altro.
Il ciccione è in piena estasi da grinder, gira la scatoletta con la faccia di un bimbo felice. Lei continua a leggere incurante del suo uomo. Lui, goffo, svuota il grinder sulla cartina, passa la lingua sulla colla come su un lecca lecca di quelli enormi con la spirale disegnata.
Non mi sembra il caso di interrompere il suo lavoro con la mia richiesta di un accendino.
L’asiatico è completamente fuori dal mondo e non mi capirebbe neanche parlassi nella sua lingua. La schiena curva, le braccia incrociate, i due tagli spingono verso quell’angolo in basso addosso al muro i suoi pensieri.
Ha la stessa posizione di quei vecchi giapponesi stanchi che si vedono in alcuni film. Seduti al tavolo, solitamente in cucina, si arrovellano il cervello pensando ai figli, al disonore, ad una tragedia. Solitamente hanno vicino una bottiglia di alcool, a volte un’arma, pistola o coltello che sia,il modo più semplice per interrompere il cervello.
Il ciccione mi ha appena dato la soluzione, la più semplice: comprare un accendino al bancone!
Riaccendo. L’asiatico forse ha finito. Da quando sto qui dentro ne ha caricati e fumati quattro. Mi chiedo ora dove andrà, se i suoi pensieri li ha lasciati lì nell’angolo o se li è ricaricati sulle spalle curve. Si alza, si muove lento come uno che fa tai chi.
Dallo stereo funk anni 70.
L’asiatico è entrato a fatica in bagno.
Il tipo del coffee fischietta pulendo il bong riconsegnato dall’asiatico.
Potrebbe essere una bella vita quella del gestore di un coffee shop. In fondo vendi felicità, seppur totalmente effimera.
Vendi relax, vendi la possibilità di andare via per un po’ in un posto più tranquillo. Ovviamente poi sta a chi consuma imboccare la strada giusta. I problemi arrivano quando sbagli strada, ma quello, se rimani dietro al bancone, non è più un tuo problema.
Sei come un ufficio informazioni, un noleggio auto. Tu vendi il mezzo, la possibilità. Ciò che viene dopo è compito di chi compra.
L’ho sempre vista così sulle droghe,leggere e naturali.
Le droghe andrebbero usate,conosciute, non subite, solo quando hai l’età e il cervello per capire. Se le subisci e le temi non è roba per te. L’eccesso è sempre sbagliato,ma se eccedi significa che non hai capito un cazzo.
L’asiatico è riemerso dal bagno. Appoggiato al banco farfuglia qualcosa al tipo del coffee stentando a farsi capire.
Due ragazze italiane punkettine , una piccoletta con capelli neri ,frangetta corta davanti 4 dreads che spuntano dietro, ricordo di chissà che tempi; l’altra più alta,sciarpa colorata al collo, cappello nero in testa, borsa a tracolla.
Guardano la lista per decidere che sapore avranno le loro prossime ore.
Adesso per te non c’è posto, non voglio concedertelo, zero.
Non c’è nulla che conosco intorno a me, situazione ideale, nessuna intrusione della mia vita.
“Dont’ leave me this way” versione cantata non so da chi. Titolo adatto, ma qui non devi entrare.
Un cellulare suona, non è il mio.
Le due italiane acquistano ridendo. Da come chiacchierano col tipo credo siano habituè del posto.
Mi scopro un po’ affamato e voglioso di rimanere in questa città ancora un po’.
Decompressione…ne faccio un’altra….
Coppia carina al bancone, credo inglesi anche loro. Lei bella, lui pure. Eleganti, facce pulite.
Potevamo essere noi, ma noi non siamo mai esistiti.
Quello che abbiamo vissuto era un tu e io, due separati che ogni tanto si uniscono.
Io ero dentro a quel noi, ma lì in mezzo stavo da solo, come in una stanza arredata da me in cui tu ti trovavi benissimo perché rispettavo le tue esigenze nel disporre le cose. Ti trovavi benissimo perché potevi entrare e uscire a tuo piacimento andando da un’altra parte quando volevi, trovando sempre la porta aperta .
Da quella stanza sto portando via le mie cose. A poco a poco resterà vuota. Ci vorrà del tempo, lento,pesante,denso. Farò avanti e indietro e magari a volte ci incroceremo per un attimo sulla porta per scambiarci parole sempre uguali, sempre le stesse, false, impregnate di bugie e quindi inutili, vuote anche delle nostre voci.
Mi vedrai portar via scatole e frasi, sguardi e abbracci, porterò via baci e carezze, idee e consigli, torte e profumo di biscotti,porterò via me, il mio entusiasmo, la mia voglia di noi, porterò via oggetti e sensazioni, porterò via tutto quello che avrei voluto fare, che avevo immaginato, che avrei voluto. Tutto con le mie mani…che porterò via…
Rimarrà tutto vuoto e ti ci rifugerai ogni tanto pensando di trovarmi, per trovare riparo da te stessa e finchè non sarai tu non vedrai quella parvenza di me che ancora sta lì. Penserai di vedermi, di sentire il rumore della porta che si apre, penserai di poter ricominciare tutto come vuoi tu. Ma finchè non ti sarai liberata dei tuoi pesi, delle tue falsità, finchè non vorrai liberatene capendo che è la cosa più comoda perché adesso non pensi,perché sei anestetizzata,perché nn da,i perché non ricevi, finchè non sarai fuggita da quella che ti imponi di essere , finchè non sceglierai la strada più impegnativa ma con più soddisfazioni, finchè non smetterai di accontenterai, finchè nelle bolle di sapone ci vivrai e nn le creerai, finchè non sarai TU e la tua voglia di noi non ti spingerà a fare qualcosa che finora non hai mai fatto, ad essere una sola persona, ad essere sincera e a non aver paura di esserlo. Fino a quel momento tu non mi troverai. Quello che vedrai lì dentro non sarà niente di mio.
Sarò altrove, lontano,al sicuro da quella che sei adesso, da quella che non riconosco ma che ho paura sia effettivamente tu, fuori da quella stanza che mi ha ingannato tante volte col suo bell’aspetto, un aspetto sgargiante che aveva solo la parvenza di noi.
Rientrerò in quella stanza solo se mi ci porterai tu, se mai mi prenderai per mano e mi indicherai da che parte andare, se metterai la mano su quella maniglia e la aprirai tu dopo avermi parlato sinceramente, solo se fuori da quella porta non ci sarà qualcun altro ad aspettarti, solo se apriremo insieme una finestra sull’esterno da cui eviteremo di nasconderci dietro a tende troppo spesse, solo se , una volta entrati, chiuderai la porta a chiave, lasciandola nella toppa. Come per dire “usciremo da qui quando vorremo,da soli o insieme, ma utilizzando la chiave e mai di nascosto.”
Cambiato coffee. Peccato, quello mi piaceva, ma i pensieri erano diventati troppo ingombranti per quel posto. Alla fine ce l’hai fatta, sei riuscita ad entrare.
Un’altra toppa dei miei indirizzi presi da internet.
Sto Siberia non è niente di che. La musica non è classica come c’era scritto ma la tipa al bancone,malgrado sia un po’ nervosetta, non è male.
Purtroppo gli sguardi che posso beccarmi da qualsiasi autoctono di sesso femminile in questo momento potrebbero essere solo di pena. Sarei l’ennesimo straniero fumato che si presenta in questo posto.
Aspetto gli altri, con scarsa voglia e un po’ di preoccupazione per l’impatto. Ho scoperto che non sono i ragazzi ad innervosirmi ma l’unica presenza femminile. Sgradevole, problematica, fuori posto. La trovo insicura, innamorata del suo ex, succube di una storia per lui chiusa ma per lei ancora socchiusa. Ipocritamente gli hanno cambiato vestito, ma è solo una festa di carnevale. Lui parla, lei ascolta fingendo insofferenza ma non aspettando altro che ricevere la sua attenzione. La scena di ieri sera aveva quel gusto. Il gusto di chi tenta di dar fastidio all’altro per riceverne le attenzioni.
Qui dentro io sto nell’angolo, la ragazza al bancone e un nero che assomiglia vagamente a Doctor Albam seduto a un altro tavolo. Nella mia testa il ritornello “no hash hash no anfetamin” sovrasta la musica gipsy che esce dalle casse.
Un cliente entra e compra 1 g di superpollen.
Ho la canna pronta da dieci minuti e non l’ho ancora accesa.
La musica è cambiata, credo Nick Cave adesso. La tipa canta, fa il verso alla musica. Un ragazzo pettinato come Elvis naviga su internet.
Il tipo del superpollen si attacca al flipper, luci, suoni, movimenti.
Degli altri neanche l’ombra, meglio, mi piace la mia compagnia oggi.
Rumore tipico di cappuccino. Schiuma,bricco che sbatte sul bancone, latte che scende nella tazza adagiandosi leggero sul caffè. Bustina di zucchero che sbatte tra la punta di due dita, lo strappo della carta, i granelli che si tuffano, cucchiaino che rema, cucchiaino sul piattino. Le stesse dita che hanno preso la bustina afferrano il manico portando la tazza alla bocca. Un sorso, caldo, forse troppo, una smorfia sul viso, la tazza di nuovo sul piattino. Attesa.
Entrano gli altri, saluto me stesso da adesso sono solo.